TheatreArtVerona – Verona
Sabato 8 ottobre ore 21 - The End – Babilonia Teatri, di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani - Domenica 9 ottobre ore 21 - Urge, di Alessandro Bergonzoni e Riccardo Rodolfi.
Teatro Nuovo - Piazza Viviani 10, Verona, in collaborazione con il Teatro Stabile di Verona - Fondazione Atlantide
Prosegue, per il secondo anno consecutivo, TheatreArtVerona, la sezione volta a indagare un nuovo ‘teatro di contaminazione’, nata dalla proficua collaborazione con il Teatro Stabile di Verona e il suo direttore artistico, Paolo Valerio.
Dopo il successo della passata edizione, torna, sabato 8 ottobre, la compagnia rivelazione Babilonia Teatri con The End, la nuova produzione, a cui segue, domenica 9 ottobre, l’ultimo, irresistibile, spettacolo di Alessandro Bergonzoni, Urge.
THE END
Oggi la morte non esiste. Non se ne parla. Non la si affronta, né la si nomina. È un tabù.
La morte viene occultata, nascosta. La consideriamo come qualcosa che non fa parte della vita.
La religione cattolica ha le sue responsabilità, ma il nostro modello e stile di vita sposa perfettamente la volontà di rimuovere la questione. Nel momento in cui ci troviamo a diretto contatto con la morte tornano a galla in modo dirompente le nostre paure. Il buon senso o senso comune non servono più a nulla. Non basta sapere che la vita ha un ciclo, che i propri genitori invecchiano, che ammalarsi è possibile. Non basta neanche la visione consolatoria che la religione ci offre. La morte rimane tale. Uno spettro scuro di cui abbiamo infinitamente paura. In modo estremamente tragico. In modo estremamente comico.
Oggi invecchiare come ammalarsi non è consentito. Il mito dell'eterna giovinezza dilaga. Ci stiamo trasformando in un mondo di Dorian Gray. Vecchi e malati vivono separati dal resto della popolazione. Le parti deboli, d'intralcio o pericolose hanno un luogo a loro deputato in cui stare. Anche i morti per definizione vivono separati dai vivi. Siamo consapevoli che non sempre è stato così, ma per noi oggi è un dato di fatto.
Ci guardiamo e proviamo a fotografarci. A interrogarci sulle ragioni che ci portano a vivere la morte come un corpo estraneo. Violento. Traumatico. Un evento con cui non convivere e non riconciliarci. Di sicuro vedere un corpo morto per la prima volta a vent'anni è diverso da averlo sempre visto. Vedere un animale morire. Ucciderlo. È diverso da trovarlo sezionato e confezionato. Incontrare la morte quotidianamente oggi è un eccezione. Ma la regola continua a volerci mortali.
Il modo in cui viene affrontata e trattata la morte oggi è profondamente bruciante e carico di contraddizioni. È una combustione lenta e sotterranea, forse per questo più dolorosa e non cicatrizzabile. Ogni tanto riesce a zampillare all'esterno prima di tornare a scorrere sotto traccia. Coperta da una cenere che non è mai in grado di spegnerla. Ma che si ostina a relegarla nell'alveo di un individualismo che nega una sua elaborazione collettiva.
BABILONIA TEATRI
Babilonia Teatri, compagnia sperimentale di Isola Rizza (Verona), è per un teatro pop, per un teatro rock, per un teatro punk.
Vincitrice nel 2007 del Premio Scenario con made in italy e di Piattaforma Veneto (Operaestate Festival Veneto) con Panopticon Frankenstein, nel 2010 vince la prima edizione del Premio Vertigine con made in italy e il Premio Speciale Ubu 2009 con la seguente motivazione:
“Santasangre, Teatro Sotterraneo, Muta Imago, sono tra i gruppi guida con Babilonia Teatri dell'attuale cambio generazionale che resuscita in qualche modo gli storici fasti della scuola romana, dimostrando una capacità di rinnovare la scena, mettendo alla prova la tenuta del linguaggio e facendo emergere gli aspetti più inquieti e imbarazzati del nostro stare nel mondo attraverso l'uso intelligente di nuovi codici visuali e linguistici”.
URGE
Stai colmo!
Questo mi sono detto nel fare voto di vastità, scavando il fosse, usando il confine tra sogno e bisogno (l’incubo è confonderli).
Come un intimatore di alt, come un battitore di ciglia che mette all’asta gli apostrofi delle palpebre, come l’inventore del cuscino anticalvizie o del transatlantico anti agressione, come chi è posseduto da sciamanesimo estatico, a suon di decibellezze da scorticanto, come giaguaro che diventa uno degli animali più lenti se in ascensore e come lumaca che diventa uno dei più veloci se in aereo, così tra tellurico e onirico, tra lo scoppio delle alte cariche dello stato (delle cose), tra me e me, in uno spazio da antipodi, in un limbo dell’imparadiso (infermo di mente piu’ che fermo di mente), ho avuto un sentore: urge.
Alessandro Bergonzoni
Se dovessi descrivere i punti dai quali siamo partiti per la genesi di questo spettacolo non avrei dubbi: l’urgenza, l’allerta, la necessità di non astenersi dal dire, la traiettoria che permette lo sconfinamento veloce da un territorio artistico conosciuto e praticato in direzione dei “vasti” spazi confinanti.
Ma cosa, in definitiva, “Urge” a Bergonzoni? Sicuramente segnalarci delle differenze; quella mancanza di precisione nello sguardo del mondo che se trascurata può realmente cambiare il senso delle cose, quelle frettolose banalizzazioni che accomunano cose in realtà diversissime tra loro. E anche dimostrare che la comicità è fatta di materiali non solo legati all’evidente o al rappresentato. Ma soprattutto mettere sotto gli occhi degli spettatori il suo “voto di vastità”: un vero e proprio canone artistico che lo obbliga, sia come uomo ma soprattutto come artista, a non distogliere mai gli occhi dal tutto: un tutto composto dall’enormità, dall’invisibile, dall’onirico, dallo sciamanico, dal trascendentale. Un tutto che forzatamente non può non essere poi riversato anche sul palcoscenico per essere esibito con tutti i mezzi dell’arte autoriale prima ed attoriale poi. Ed anche oltre. La glossolalia non lo frena e gli “illuminati” sul fondo non lo irretiscono.
Un tutto perturbante che, forse, costringerà a considerare Bergonzoni non più solamente maestro di cerimonia di una liturgia comica ma anche strumento di correzione ottica per permettere di vedere meglio la vastità in cui siamo immersi.
Attenzione: lo stupore della scoperta può essere fragoroso.
Riccardo Rodolfi
È furibondo con chi si è rassegnato al fastidio, con chi si è arreso, con chi reagisce a ignoranza, volgarità, disonestà solo con frettoloso disprezzo. Contro questo brutto mondo, italiano e non solo, Alessandro Bergonzoni impreca e lo fa con uno spettacolo più arrabbiato e ribelle degli altri, uno dei suoi inquieti copioni da comico non ammaestrato che per la prima volta, però, nella trentennale carriera, parte da noi, dai temi della nostra vita: un urlo contro la realtà («Non nomi, non faccio satira, ma racconto politico»), un quarto d'ora a sera contro un tema o un altro, a seconda dei fatti del giorno, incorniciato nel suo teatro di sempre, fatto di fisicità, frastuoni, invenzione di nuove parole come nuovo pensiero.
Lo spettacolo si intitola Urge e, dice Bergonzoni «è per la gente pronta a sentire cose diverse». Diverse da che? «Diverse dalla perdita d'intelletto, di cultura, di anima che c'è in giro. Diverse dai direttori dei rotocalchi patinati che diventano giornalisti e raccontano la storia del mondo, quello che io chiamo teppismo intellettuale. Il problema è che oggi abbiamo piste corte». Che vuol dire? «Parliamo di malattia solo se uno fa outing sul suo cancro, di omosessualità solo se uno lo confessa pubblicamente... come parlare di violenza solo se uno ha una figlia femmina. Bisogna allungare le piste di atterraggio della gente. È il "mono" che non serve più. Non puoi più essere solo cantante, o solo scrittore, o solo comico. Se sei madre devi anche essere figlio, padre... Una volta il medico era filosofo e pensatore. Anche la comicità da sola non può esistere, è filosofia, poesia...».
Basta col monopensiero, la specializzazione? «È la voglia di non-monoteismo che mi ha spinto alla Casa dei Risvegli. Sono andato a vedere le facce degli stati vegetativi, nelle rianimazioni per vedere com'è un uomo vicino alla morte e non per sostenere il mio pensiero. E lì che ho capito che la comicità è legata anche alla morte, che Calvino o Groucho Marx erano anche filosofi. La bestemmia che non sopporto è "distrazione": "Vado a teatro per distrarmi"... "La tv è distrazione di massa", come vorrebbe questo governo. Quella è delinquenza di massa. Non puoi slegare la comicità dalla morte, il sociale dall'arte, la politica dalla poesia».
Noi abbiamo Bondi che fa il poeta. «Lasciamo stare i politici. Oggi la politica è una questione clinica. I nostri politici sono malati». Di grandezza? «Di piccolezza. Magari fossero malati di grandezza. Invece mancano di vastità, di quello che io chiamo voto di vastità. Oggi la sedazione uccide. Ecco: urgono sogni, che non sono l'auto nuova, la barca... quelli sono bisogni, non sogni. Urge profondità».
Ma lo spettacolo dice come si fa a cambiare? «Con gli uomini nuovi. Bisogna investire negli asili, nei bambini non ancora condizionati, per avere tra due o tre generazioni, politici diversi, uomini diversi. Uomini il cui interesse è l'altrove».
Lei invoca un cambiamento antropologico. Ridendo e scherzando. «Certo, non ho cambiato registro. Lo spettacolo fa ridere, ma nella comicità c'è anche il serio, la surrealtà». Bastano? «Ci vuole anche energia. Potenza interiore. Metamorfosi, come dicevano Shakespeare e Dante. Dante oggi lo sappiamo a memoria. Ma quando votiamo, Dante dov'è? L'uomo nuovo coltiva le energie interiori e la ricchezza del mondo futuro sarà misurata col Pil: prodotto interiore lordo».
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