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Venerdì 8 aprile 2011 ore 20.30,  Domenica 10 aprile 2011 ore 16.00 presso il Teatro Coccia,  Via Fratelli Rosselli, 47 – Novara.  Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave,  Musica di Giuseppe Verdi.
Maestro Concertatore e Direttore: Valerio Galli.

Regia: Paolo Bosisio - Maestro del Coro Gianmario Cavallaro - Lighting Designer Jean Paul Carradori - Movimenti Coreografici Cristina Molteni - Orchestra Filarmonica Italiana, Coro della Fondazione Teatro Coccia, Balletto di Milano - Produzione:  Fondazione Teatro Coccia di Novara.

 

IL SOGGETTO:


ATTO PRIMO A Parigi, in una notte d’estate, la cortigiana Violetta Valery offre agli amici una festa cui partecipano, fra gli altri, la di lei amica Flora insieme al marchese d’Obigny e il barone Douphol, amante di Violetta in carica. Gastone visconte di Letorières arriva accompagnato dal giovane Alfredo Germont, che nutre per l’affascinante padrona di casa. Egli svela i suoi sentimenti durante un brindisi cui Violetta risponde inneggiando al piacere spensierato e fuggevole. Ma la protagonista, già minata dalla tisi, viene colta da improvviso malore e, mentre gli invitati passano in una sala vicina per dare inizio alle danze, rimane sola per riprendersi. Alfredo la raggiunge e, dopo averle rimproverato con dolcezza la vita frivola ed estenuante in cui disperde i suoi giorni, le conferma il proprio amore. Pur reagendo con la disinvolta allegria della donna di mondo abituata alle lusinghe degli uomini, Violetta è affascinata, e pur ammonendo Alfredo a non amarla, lo invita a tornare da lei non appena il fiore di cui gli fa dono sarà appassito, ossia il giorno seguente. Il giovane innamorato si allontana pieno di speranza, e Violetta, rimasta sola, ripensa intensamente alle parole di Alfredo e sente, per la prima volta nella sua vita, di essere forse davvero innamorata.


ATTO SECONDO - Primo quadro È autunno. Violetta vive felice con Alfredo, lontana da ogni sguardo indiscreto, in una casa di campagna. Tornato dalla caccia, questi apprende per caso dalla cameriera Annina che Violetta, per fare fronte alle spese e prolungare l’incanto di quella vita incantevole, sta vendendo a poco a poco ogni suo avere: addolorato, si precipita a Parigi per procurarsi denaro. Durante la sua assenza, il padre si presenta a Violetta per chiederle di lasciare il figlio che, amando una cortigiana, infanga l’onore della famiglia, rendendo impossibile il matrimonio della giovane figlia con lo scandalo determinato dalla relazione di Alfredo e Violetta. Commossa e impietrita dal dolore ella acconsente e promette di lasciare Alfredo. Germont si allontana mentre Violetta accetta l’invito dell’amica Flora e scrive ad Alfredo per comunicargli il suo ritorno alla vita di un tempo. Egli sopraggiunge e rimane attonito di fronte allo sconforto di Violetta che fugge via. Ricevuta la lettera di Violetta, Alfredo intuisce la verità che lo getta nello sconforto e nell’ira, non placata dall’incontro con il padre. Scoperta la lettera di Violetta per Flora, Alfredo comprende che la sua amata si è recata alla festa e decide di raggiungerla per vendicarsi.
Secondo quadro Alla festa di Flora, sopraggiunge Alfredo che impegna il barone, amante di Violetta, in una partita a carte, deciso a provocarlo e a sfidarlo a duello. Violetta cerca invano di allontanare Alfredo dalla festa e dai pericoli, ma, accecato dall’odio, egli la umilia gettandole in viso il denaro guadagnato al gioco, come pagamento delle sue prestazioni. Sopraggiunge Germont che rimprovera il figlio, mentre il barone sfida Alfredo a duello.


ATTO TERZO Violetta è agonizzante nella sua camera da letto. La malattia l’ha ridotta allo stremo delle forze, e invano il medico cerca di risollevarle lo spirito con pietose bugie. Dalla strada giungono echi del carnevale e Violetta incarica Annina di consegnare ai poveri il denaro che a lei ormai non serve più. Ella spera che Alfredo possa giungere in tempo per darle l’estremo addio. Germont stesso le ha scritto del duello avvenuto tra Alfredo e il barone, in cui quest’ultimo è rimasto ferito. Alfredo ormai conosce la verità che il padre non ha potuto tacergli e, commosso dal sacrificio di Violetta e angosciato per l’ingiustizia che ella ha subito, giunge per implorarne il perdono. Per un breve istante la gioia restituisce le forze a Violetta che vorrebbe vestirsi, uscire, vivere e amare di nuovo. Ma la fine è ormai vicina. Dolcemente, ella porge all’amato un medaglione col proprio ritratto nel fiore degli anni, e muore sotto gli occhi attoniti di Alfredo, Germont e del medico.

NOTE DI REGIA
Traviata: un dramma sociale
Mettere in scena Traviata significa misurarsi con un melodramma caratterizzato da forti tinte drammatiche, la cui tradizione scenica è tale da comportare atteggiamenti per così dire preconcetti nel pubblico che, dallo spettacolo, si aspetta sempre e comunque una serie di puntuali e quasi rituali momenti di emozione legati ai passaggi musicali topici dell’opera. La tragedia di Violetta, “donna sola e abbandonata”, è, infatti, tradizionalmente letta come l’inevitabile conseguenza di un sacrificio dettato prevalentemente dal cuore, ossia dall’amore ch’ella, prostituta seppure d’alto bordo, per la prima volta proverebbe per Alfredo. Violetta vittima, dunque, ma soprattutto donna che ama e generosamente compie l’estremo gesto, rinunciando alla propria felicità e immolandosi per il bene della sorella dell’amato, la giovane “pura siccome un angelo”, che costituirebbe il perfetto contraltare alla “traviata”, e perciò indegna, amante di Alfredo. In tale contesto Germont appare tradizionalmente come un povero vecchio che si vede, suo malgrado e dolorosamente, costretto a intervenire per fare salva la reputazione della famiglia, compromessa dall’avventatezza sentimentale di Alfredo, per consentire nozze adeguate alla figlia, appunto “pura siccome un angelo” che è impensabile non difendere dal fango della corruzione.
Senza alcuna pretesa di sovvertire la tradizione per sostituire a letture preconcette una non meno preconcetta interpretazione, mi è parso necessario cercare all’interno della materia sentimentale e a tratti anche un poco sentimentalistica, qualche ragione in più. Oltre che storia di sentimenti, di emozioni, di mondanità, Traviata mi sembra un dramma sociale, prima ancora che umano, e ciascuno dei personaggi pare inserirsi perfettamente all’interno di uno schema relazionale determinato appunto dalle norme del mondo ritratto, impossibile da mutare. I personaggi del dramma, prima forse che individui, sono ingranaggi di un meccanismo sociale consolidato all’interno del quale non c’è spazio per l’amore, per la compassione, per la salvezza.
In tale prospettiva (e nella mia lettura personale dell’opera), Germont diventa il personaggio chiave del dramma. Egli è il motore dell’azione drammatica che si sviluppa dalla sovrapposizione di esigenze di carattere sociale e mondano alla spontanea dialettica dei sentimenti. Egli incarna quell’urgenza di rispettabilità che è la spinta di ogni suo agire: non l’amore per la propria figlia, non la compassione per Violetta, ma la necessità tutta borghese di difendere la sua reputazione, la rispettabilità della sua famiglia e della classe sociale cui appartiene orgogliosamente, guidano la sua mano a tessere la trama drammatica della vicenda. Egli è un uomo ancora giovane, ancora inserito ‘nella vita’, attivo, egli stesso, forse, frequentatore abituale (e clandestino) di quelle prostitute che in società disprezza e non può certo accogliere nella vita della propria famiglia. Nel primo atto, lo si vede dunque entrare nella casa di Violetta, accogliere benevolmente e non senza compiacimento i complimenti di alcune giovani frequentatrici di quel salotto in cui è presente il bel mondo, in gran parte aristocratico, certamente meno preoccupato di far salve le apparenze rispetto ai borghesi che, come Germont appunto, si lasciano affascinare dal piacere in sé e dal gusto di imitare la classe superiore, senza possederne la congenita “sprezzatura”.
Contraltare di Germont è il di lui figlio Alfredo, che a me pare come un giovanissimo, ingenuo giovanotto, affatto inesperto della vita nella quale è entrato con la facilità del denaro paterno e senza le avvedutezze che l’esperienza sola può assicurare: egli si innamora (o, chissà, crede di innamorarsi) perdutamente di Violetta, e senza curarsi della di lei poco presentabile attività professionale, o forse addirittura attratto inconsapevolmente dal desiderio di sottrarre una preda scontata dagli artigli dell’aristocrazia. Il suo è un amore sensuale e romantico, come spesso è quello dei giovani alle prime esperienze sentimentali. Appassionato e impulsivo come vuole la sua giovane età, egli cade vittima del fascino di Violetta, anch’ella giovane, (ma che, di contro alla fonte dumasiana, io vedo di qualche anno più adulta di lui) e soprattutto dotata di un’esperienza della vita e del mondo che la rendono disincantata e lucida. Violetta è una professionista che ha fatto dell’amore e del piacere sensuale un mestiere e che ha presto compreso la necessità, per salvaguardarsi, di tenere proprio l’amore e il piacere lontani dal suo io più profondo. Ella non è una donna “sola e abbandonata”, ma una professionista cinica, cui accade di essere incuriosita e infine contagiata dall’irrazionale amore giovanile di Alfredo, che la lascia incredula dinnanzi alla sincerità dei suoi sentimenti. E così, Violetta si trova a scegliere, per una volta, di credere nell’amore, di cedere al richiamo dei sensi, aprendo una breccia nel muro dietro il quale la sua razionalità l’ha confinata, decidendo di annullare lo iato che ella aveva posto tra se stessa e l’amore.
Ma l’illusione ha vita breve e, quando Violetta si scontra con la realtà e accetta di sacrificare il suo amore su richiesta di Germont, non lo fa tanto per compassione verso di lui o verso la sua giovane figlia, quanto perché ricondotta bruscamente alla consapevolezza dell’ineluttabilità del suo destino e della necessità di portare fino alle estreme conseguenze la sua scelta di vita. Germont non la commuove con la storiella della figlia candida e pura, ma la riconduce crudamente alle regole del gioco: una prostituta ha compiuto una scelta di vita che la esclude definitivamente dalla società, con la quale può avere relazioni esclusivamente di carattere mercenario. I sentimenti e le buone intenzioni non bastano a cancellare la macchia di una professione disonorante, seppure accolta e sfruttata serenamente da tutti entro la zona franca del piacere.
Attorno ai tre protagonisti si muove una girandola di personaggi che incarnano posizioni e istanze di carattere sociale altrettanto definite e concorrono a dare vita a una Traviata in cui i sentimenti tracollano dinnanzi alle costrizioni sociali e in cui la regia sceglie di adottare un registro caratterizzato da estrema castigatezza di tinte drammatiche.
A connotare ulteriormente questa messa in scena, anche la scelta di posticipare l’ambientazione del dramma dalla metà dell’Ottocento alla Belle Époque, “l’epoca bella”, “i bei tempi” che sembrano essere la cornice ideale per le vicende musicate da Verdi e ambientate in una Parigi che proprio in quegli anni del Novecento fu capitale indiscussa e fucina incessante di tendenze che contagiarono l’intera Europa.
Chi si aspettasse lacrime, abbracci, struggimenti, commozioni transitorie e “lieto” fine con decesso risolutivo di tutti i problemi in campo (fatti salvi quelle della defunta), potrà forse rimanere deluso dal rigore dei quadri in cui si sottolinea, con l’uso dello spazio, dei gesti e della luce, la solitudine disperata di Violetta che muore, corrosa dal male e da una povertà che si è scelta forse come un sacrificio sull’altare dell’unico amore della sua vita, senza che alcuno le porga il conforto di un contatto autentico, di un sentimento profondo di solidarietà, capace di travalicare anche le barriere imposte dalla società e dalle norme della “creanza”.
Paolo Bosisio

PAOLO BOSISIO
Professore ordinario di Storia del teatro e dello spettacolo nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi di Milano, in cui è altresì coordinatore della sezione “Spettacolo” entro il Dipartimento di Storia delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, Paolo Bosisio ha dedicato al teatro tutta la sua vita professionale, accostandolo da differenti angolazioni e conducendo significative e differenziate esperienze.
Nell’Università degli Studi di Milano tiene l’insegnamento di Storia del teatro e dello spettacolo fino dalla sua istituzione (1987), dando vita a una fervida attività didattica e scientifica che fa del polo dello spettacolo uno fra i settori più frequentati e richiesti dagli studenti all’interno dell’ateneo milanese, riconosciuto in Italia e nel mondo come uno fra i più prestigiosi per quanto attiene allo spettacolo dal vivo, con oltre 25 insegnamenti specifici, due curricula dedicati in altrettanti corsi di laurea triennale e una laurea magistrale in Scienze dello spettacolo.
Nel 2003-2004 è Professeur associé presso l’Università della Sorbona Paris III e insegna Produzione e direzione artistica dello spettacolo presso l’Università Cattolica di Milano.
Partecipa a numerosi congressi nazionali e internazionali in veste di direttore scientifico, presidente e relatore, e tiene cicli di conferenze in Italia e all’estero in università e teatri di tutto il mondo.
Ha pubblicato molti libri e saggi sulla storia del teatro occidentale, con particolare riferimento ai secoli XVIII e XX.
Dirige presso l’editore Bulzoni in Roma le collane: “Le fonti dello spettacolo teatrale” e “Quaderni di Gargnano”, presso l’editore Mursia di Milano, la collana “Invito a teatro” e presso l’editore Bruno Mondadori la collana “Scienze dei beni culturali” insieme a Antonello Negri.
Fa parte del Comitato scientifico dei periodici di studi teatrali “Il Castello di Elsinore” e “Tess”.
È membro del comitato scientifico per l’Edizione Nazionale delle opere di Carlo Gozzi.
È stato ripetutamente direttore dei Corsi internazionali di lingua e cultura italiana per stranieri presso la sede dell’Università degli Studi di Milano in Gargnano del Garda.
Ha fatto parte per oltre 15 anni del collegio docenti del dottorato di ricerca in Teoria e storia della rappresentazione drammatica, di cui, dal novembre 2001, è stato per due mandati coordinatore.
Dal 1990 al 2008 ha organizzato e diretto annualmente il seminario “Settimane del teatro”, riunendo centinaia di giovani studiosi e studenti per porli a confronto con le figure più significative della scena contemporanea. I resoconti dei seminari dedicati a Luca Ronconi, Massimo Castri, Gianfranco de Bosio, Luigi Squarzina, Mario Missiroli, Giorgio Strehler, Giuseppe Patroni Griffi, Pietro Garinei e Maurizio Scaparro, sono confluiti in altrettanti volumi pubblicati nella collana “Quaderni di Gargnano – I protagonisti del teatro contemporaneo” edita da Bulzoni, che costituisce il primo organico contributo alla storia della regia teatrale in Italia.
Dal 1978 al 1986 collabora stabilmente con la “Gazzetta di Mantova” come critico drammatico, iscritto all’Ordine nazionale dei giornalisti.
Sul fronte dello spettacolo, dopo un tirocinio svolto a fine anni Sessanta come aiuto-regista in teatro e in televisione (lavorando, tra l'altro, con Fantasio Piccoli, Luchino Visconti, Maurizio Nichetti, Ernesto Calindri, Anna Proclemer, Carla Gravina, Mario Fattori, Edo Cacciari), svolge per otto anni attività di regista e sceneggiatore televisivo, vincendo nel 1974 la Perla MIFED con la serie di telefilms Concerto a modo mio.
Prosegue, seppure meno continuativamente negli anni successivi, la sua attività come regista televisivo sulle reti private.
Collabora intensamente con il Piccolo Teatro di Milano presso la cui scuola è stato anche docente per diversi anni.
Progetta e dirige numerosi eventi di grande impegno (conventions, presentazioni, mostre, sfilate, celebrazioni) per aziende italiane (fra cui Swatch, Fiat, Alfa Romeo, Peugeot, Omega).
Dal 1999 al 2002 è direttore artistico del Teatro del Vittoriale di Gardone Riviera, di cui reimposta interamente la programmazione e la struttura organizzativa, facendone un polo significativo dello spettacolo estivo, soprattutto nel settore dell’opera e del balletto.
Dal 2002 dirige diversi festival di danza classica e opera lirica a Milano, Piacenza e Vigevano e nel 2003-2004 è direttore artistico del Festival Arlecchino d’oro (Mantova).
Dal 2008 è direttore artistico del Teatro Giacosa di Ivrea e coordina la programmazione di altre sale afferenti al network teatrale Il Contato del canavese
Dal 2002 si dedica con regolarità alla regia lirica, dirigendo in diversi teatri e festival italiani molte opere e operette fra cui Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggiero Leoncavallo, Traviata e Otello di Giuseppe Verdi, L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, Madama Butterfly di Giacomo Puccini, La vedova allegra di Franz Lehar, Il paese dei campanelli di Lombardo e Ranzato.

VALERIO GALLI – Direttore d’orchestra
Nato a Viareggio nel 1980, Valerio Galli si è diplomato in pianoforte con il massimo dei voti, lode e menzione ad honorem sotto la guida di Fabrizio Papi e Nadia Puccinelli e successivamente in composizione con il massimo dei voti nella classe di Pietro Rigacci. Parallelamente alle masterclass con  Paul Badura-Skoda, Bruno Canino, Piero Rattalino, Franco Scala e ad una breve ma intensa attività concertistica, ha intrapreso lo studio della direzione d’orchestra. Tra il 2003 e il 2006 ha preso parte ai corsi con i maestri Piero Bellugi, Aldo Faldi, Donato Renzetti e ha frequentato le lezioni tenute da Carlo Moreno Volpini al termine delle quali è stato scelto per partecipare ai concerti finali con l’Orchestra Sinfonica di Grosseto. Finalista al “II Concorso Internazionale Luigi Mancinelli” per direttori d'orchestra, ha collaborato come assistente del M° David Kram presso Her Majesty’s Theatre di Melbourne.
Il suo debutto come direttore d’orchestra avviene nel 2004 con la direzione di Madama Butterfly al Teatro Mancinelli di Orvieto, seguito poi  dalle direzioni di opere per bambini The Little Sweep di Britten, I vestiti nuovi dell’ imperatore di Zangelmi e Coltellaccio e Il fantasma di Viareggio di Valli. Dal 2006 è protagonista sul podio insieme all'Orchestra del Festival Puccini in un concerto lirico presso la Casa Internazionale della Musica di Mosca, nel “Concerto di Capodanno 2007” al Teatro del Giglio di Lucca, nella “Maratona Pucciniana” a Tokyo e nei numerosi concerti per le celebrazioni del 150° Anniversario della nascita di Giacomo Puccini (2008). Per la Fondazione Festival Pucciniano si è esibito nell’ambito dei concerti promozionali a Budapest, Barcellona, New York, Los Angeles, Santa Barbara, Amsterdam, Francoforte, Shanghai, Parigi, Tokyo, Londra, Pechino, Tripoli.
Nel 2007 è impegnato in Ungheria in un concerto lirico-sinfonico con l’Orchestra Sinfonica di Kecskemét presso il Teatro Katona Jozsef e sul podio del Gran Teatro all' Aperto di Torre del Lago nella direzione di Tosca per la regia di Mario Corradi, di cui è recente la pubblicazione in dvd per l'etichetta Dynamic e che gli vale la consegna del premio 'Maschera d'oro 2007' come giovane direttore emergente.
Ha diretto il concerto inaugurale del 57° Festival di Santander con i solisti Eva Mei e Giacomo Prestia e Tosca per l'apertura del Daegu International Opera Festival 2008 (Corea) con protagonista Francesca Patanè. Al Teatro Comunale di Bologna ha affiancato il M° Bruno Bartoletti dirigendo Rigoletto nell’allestimento di Giancarlo Cobelli, per il 55° Festival Puccini  ha diretto Turandot con la regia di Maurizio Scaparro ed ha riscosso grande successo nella nuova produzione di Tosca presso il Teatro Sociale di Trento, il Teatro Sociale di Rovigo e il Teatro Verdi di Pisa. E' salito sul podio del Teatro Sociale di Mantova debuttando Traviata a chiusura della stagione invernale 2009, è stato invitato dal Teatro Goldoni di Livorno per la direzione di un concerto lirico dedicato al repertorio verista ed ha diretto Suor Angelica e Gianni Schicchi, produzione del Festival Puccini che andrà in tourneé nell'estate e nell'autunno 2010.
Ha collaborato sia come direttore che come pianista con artisti del calibro di Placido Domingo, Daniela Dessì, Fabio Armiliato, Marcello Giordani, Juan Pons, Nicola Martinucci, Giorgio Surian, Giovanna Casolla, Roberto Aronica, Donata D'Annunzio Lombardi, Svetla Vassileva, Alfonso Antonozzi, Massimiliano Pisapia e Fabio Sartori.

 

                                                                   
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